Critiche
Sabina Ghinassi
L’esperienza dell’artista Giuseppe Amadio si è consumata, nel corso di tre decenni, in ambiti diversi che vanno dalla grafica pubblicitaria alla scenografia, dal design alla decorazione e alla cartellonistica, definendo un profilo certamente eclettico, in grado di misurarsi con media artistici abitualmente visti come differenti, ma da lui vissuti come equivalenti. Se i suoi esordi di pittore si collocavano in un sapiente naturalismo materico denso di emotività, ora la sua produzione si è mossa in territori piu marcatamente minimalisti, quasi nell’ottica di un recupero di una dimensione piu essenziale,vicina, per affinità di fondo, alle numerose esperienze precedenti nel campo del design. Ora i lavori di Amadio raccontano una storia che, partendo da Fontana, Castellani e Bonallumi, mette in scena un universo plasmatici e sintetico dove il quadro e la materia stessa dell’opera si trovano ad essere oggetto di analisi linguistica e sensoriale, attraverso un azzeramento consapevole dell’empasse emotivo e della soggettività. Le opere sono monocrome, deliberatamente sviluppate (ad esclusione dei grigi e dei verdi) in una tavolozza di colori primari, rossi avvolgenti, blu preziosi e bianchi siderei; la superficie dei dipinti si snoda seguendo il dictat degli shaped canvas, le tele estroflesse che, da Fontana a Bonallumi e Castellani, hanno stabilito una nuova frontiera dell’arte del novecento. Amadio si muove nella stessa dimensione: recupera una dimensione tecnico-artigianale attraverso un percorso “metapittorico” tangibilmente sapiente e costruisce uno spazio scientificamente rigoroso ma, ad un tempo, pulsante e organico, profondamente simbolico. Uno spazio-ossimoro nel quale la scienza convive con l’umanesimo in una pluralità di punti di vista, di ipotesi e , lasciando essenzialmente libero lo sguardo degli osservatori, si abbandona liberamente alla molteplicità dei punti di vista, delle possibili interpretazioni. Protagonisti diventano l’essenzialità ed il primario, sia a livello compositivo che cromatico e luministico. E’ la luce, infatti, ad acquistare la massima libertà espressiva, sia quando accoglie il bianco, il rosso, il turchino e, scivolando sulle sagome curvilinee, si scioglie in carezze di ombre tonali, sia quando segna l’improvvisa emergenza di una tensione, o l’affondo sordo nella tela tirata, con una forza che non è mai lacerazione, ma sussurro quasi musicale, equilibrio di energie. E’ una luce che si fa ombra colorata e si mantiene intatta, pura, intangibile, sovrafisica; imprime la sua immaterialità alla superficie che, perdendo di solidità e di gravità, diventa ectoplasmica e fluttuante, aperta ad innumerevoli ipotesi, dilatata e pulsante. Cosi le opere diventano astratte e, nello stesso tempo, plastiche, acquistando una sensorialità epidermica ed organica. Tela trattenuta, tirata e ordinata che si fa promessa di corpo, impronta lasciata nelle morbidezze di arabeschi, di amabe, di carezze biomorfiche, forme arpiane anche nel cuore. L’ordito diretto dalla mano di Amadio, quel gesto fisico e ragionato non è geometrico, come non è spoglio o rigorosamente euclideo. Se di matematica si può parlare allora vengono in mente i frattali e la grammatica dell’anarchia, del caos, delle germinazioni continue, del tumulto poetico della casualità, delle irruenze sapientemente vitali che percorrono il soffice difforme di una nube, di una tessitura vegetale; quelle stesse che raccontano la libertà dei fenomeni naturali e tentano di fermarla in più versioni, di seguirne la impronte, la possibilità. Amadio segue queste ombre, annota la loro mutevolezza, segnandone l’infinita, probabile progressione. Trascrive calligraficamente il loro cammino nella consapevolezza di un dato che resterà sempre incerto, indefinibile e, forse per questo, sottilmente affascinante e familiare. Ed allora anche lo spazio dell’opera si sfalda attraverso una ratio totalmente contemporanea, si offre alla molteplicità della fruizione, alla bellezza delle probabilità e del provvisorio, dell’incertezza; e si allarga, si dilata, come se i confini, i perimetri non esistessero piu, se non come sipario illusorio, macchina trompe l’oeil di una realtà sempre sfuggente.
Eppure questo spazio, paradossalmente, non è incomprensibile, ma semplicemente elementare e sintetico, anche se il linguaggio per circoscriverlo e definirlo resterà sempre inadeguato, approssimativo, un po’ come accade a chi tenta di misurare con numeri o parole il profilo di una montagna, l’infrangersi di un’onda su una spiaggia o l’incresparsi della sabbia del deserto. Resta solo una sorta di lirismo assoluto, privo di respiro soggettivo, di hic et nunc, spogliato del tempo e dello spazio quantificabili dagli uomini, pulito dall’arbitrarietà di una regola, di una qualsiasi rigidità. L’unico, in fondo, in grado di tradurre il battito misterioso del cuore del mondo.
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